Laboratorio per la mobilizzazione della voce basato sul metodo creato dal prof. William Weiss: il metodo dei movimenti minimi e della spazializzazione.
                               Dalla prefazione di Claudia Palombi all’edizione italiana del libro La voce mobile.

La sensibilità per un attore consiste nell’essere
in costante contatto 
con tutto il proprio corpo
Peter Brook
 (La porta aperta)

L’aria è uno degli elementi che ci tengono in vita. Attraverso l’aria avviene lo scambio tra noi e l’ambiente, ed essa ci mette in connessione gli uni con gli altri, poiché, tutti insieme, la respiriamo. Dunque l’aria è veicolo di comunicazione tra gli esseri ancor prima che ci sia l’intento di comunicare.

La voce è un modo specialissimo di far fluire l’aria attraverso il nostro corpo. Un modo naturale, che l’organismo sano esprime fin dalla nascita e che si adegua, nel tempo, alla – o alle – lingua e cultura apprese. Ma le modifiche e gli adattamenti del suono vocale sono anche altri: così come l’assetto del corpo, anche l’emissione della voce variaa seconda del modo di essere e di reagire dell’individuo. La voce anzi esprime ancora più sensibilmente le emozioni, gli stati d’animo, il sentire profondo; dichiara la salute del corpo stesso. Un corpo debole produce una voce debole. Un reiterato soffocare le emozioni, può rendere la voce soffocata; una personalità rigida può irrigidire i suoni. La voce veicola quanto il corpo-mente sente.

In molti casi, tuttavia, non riusciamo a servircene per comunicare realmente come vorremmo, non siamo in grado di gestirla: è difficile abbandonare dei comportamenti automatici assunti nel tempo e restituire alla voce la sua libertà. Quanto poi ad usarla professionalmente, sembra ancora più complicato: vorrebbe dire avere una voce efficace senza sforzarla e, soprattutto, senza diventare afoni. In che modo si arriva a lasciare andare la voce e, al tempo stesso, controllarla?

Educare la voce risponde a questo interrogativo con una sua via.

Tutte le volte che m’imbatto in una nuova strada provo il desiderio di percorrerla.

Così  avviene, ad esempio, quando faccio una passeggiata in montagna. Può accadere che durante un percorso, più o meno noto, improvvisamente si apra una deviazione, un altro sentiero. La curiosità di vedere come si sviluppa e dove porta è grande. Comincio con me stessa una specie di gioco: “Arrivo fino a quella curva; a quell’altra; vediamo cosa c’è dietro quel colle.”

La montagna, come si sa, è una grande metafora. Arrivare in fondo al cammino dipende da tante variabili: dalla meta, dallo scopo del viaggio, dal tempo a disposizione. Può succedere perfino di cambiare destinazione, attraverso una serie di mutamenti di direzione e di varianti successive.

Quando mi sono imbattuta per la prima volta nel metodo di Weiss, ho provato quella forte curiosità, e ho saggiato il terreno. Impegni di lavoro mi hanno costretto ad abbandonare il percorso, altre circostanze mi hanno indotto a riprenderlo.

La via si presenta subito come nuova. Con molti passaggi corporei, prima di arrivare all’emissione vocale; e quando il metodo introduce la produzione del suono, lo fa partendo da un’emissione flebile, quasi negandola. Si preparano gli organi della fonazione alla mobilità, ma non si scaldano le corde vocali. Molte delle persone abituate ad esercitare la voce aprono il loro allenamento con il riscaldamento vocale: l’autore nega questa pratica, quando dice: “ Con questo metodo non ci si riscalda, si sviluppano nuovi schemi di movimento”. Questo, cioè, è un tipo di allenamento che allarga la visione; non si tratta di ripetere lo stesso movimento a lungo per arrivare a farlo bene, in modo preciso: si tratta di trovare nuove direzioni,  nuove possibilità ai movimenti.

Dunque c’è una meta da raggiungere, ma, soprattutto, c’è un percorso da esplorare. E si tratta di una doppia esplorazione.

L’esplorazione dentro di sé: la scoperta di posizioni abituali, di nuove possibilità di postura, del funzionamento di organi interni. La scoperta della voce minima, dell’attacco del suono, di un suono alla sua fonte, apparentemente debole, senza vigore, senza nerbo. Eppure, con tutta la sua vita in nuce, con tutto lo spazio disponibile, con gli organi dell’articolazione e della fonazione così rilassati da consentirgli questo minimo fluire, a volte scomposto, a volte a fiotti. Anche un grande fiume nasce così, da una piccola fonte. Ecco la bellezza del metodo di Weiss: riscoprire quella fonte, trovare l’origine, preparare il letto del fiume, sgombrarlo dai detriti, ampliarlo: ed ecco il flusso irrobustirsi naturalmente.

Poi c’è l’esplorazione fuori di sé, quella dello spazio; delle proiezioni nello spazio. Spazializzazione è una parola che diviene così familiare attraverso le pagine di questo libro, che alla fine sembrerà al lettore di averla conosciuta da sempre. E si accorgerà, con stupore, di aver imparato a costruire il proprio spazio, ad esplorarlo, a viverlo, a esserne protagonista. Qui non si tratta solo di ampliare le proprie possibilità di articolazione, o di migliorare la voce, ma anche di prolungare se stessi nello spazio, di valicare i confini del corpo, non più inteso, se mai lo era stato, come costrizione, bensì come veicolo dell’espressione.

Ed ecco un altro aspetto interessante del metodo: l’inversione. Invertire il tipo di respirazione che normalmente accompagna un gesto, un’azione, significa, nella concezione di Weiss, rompere uno schema abituale, per poter arrivare a compiere gesti corporei o vocali completamente liberi. E questo è il metodo. Si comprende leggendo il libro.

Vorrei qui sottolineare che, per ottenere l’inversione, si parte dall’ascolto. Che innanzi tutto è ascolto di sé, di cosa accade all’interno del corpo, del respiro. Non si tratta di ascoltare la propria voce, o quella dell’altro: questo viene dopo. Parliamo di quell’ascolto, di quell’attenzione costante su se stessi che precede la scoperta del proprio schema respiratorio, che anzi è davvero necessaria per trovarlo. Gli individui abituati ad un tale ascolto verso se stessi non sono tanti. Coloro che da anni lavorano sulle tecniche espressive hanno sviluppato questa capacità di sentire il proprio corpo. Ma può succedere, anche tra gli attori professionisti, che il gesto vocale sia quasi indipendente dal gesto corporeo. Ecco dunque un’occasione, una via possibile per accrescere le capacità dei propri strumenti d’espressione, prendendo in considerazione le singole parti del corpo per giungere ad un armonioso ed efficace gesto globale.

Ho inseguito delle immagini; la strada, il fiume. So che facendo questo sono rimasta aderente ad uno dei principi del metodo di Weiss, che condividevo già in partenza: quello di immaginare il movimento, immaginare la parte del corpo, visualizzare per ottenere il miglioramento. Durante i miei corsi di movimento armonico e anche per i seminari su la voce che danza, procedo facendo eseguire i gesti insieme all’immagine dei gesti stessi, e questo aiuta i partecipanti ad ottenere azioni vive ed efficaci.

Questo libro è un manuale d’uso per chi lavora sull’espressività. Il metodo, pur non essendo mirato al canto, alla dizione, all’ortofonia,  e benché non indichi le intonazioni per la lettura ad alta voce, o per la recitazione, facilita nell’apprendimento di queste discipline. Coloro che desiderano padroneggiare gli strumenti del dire e dell’emettere, il neofita come l’insegnante, l’oratore, l’attore; insomma, chi agisce la voce troverà giovamento dal metodo dei movimenti minimi e della spazializzazione.

Adesso tocca al lettore.
Chi è di sceva?
No, non è un refuso, è un facile gioco di parole, che si chiarirà nel corso del libro.

Claudia Palombi